Prefazione (o Cappello)
Mezzo Talamoni?
Sì, perché, anche se il mio cognome è Ubezio, mi sento per metà (o forse per tre quarti) Talamoni. Non è un giudizio di valore su una famiglia o sull’altra: è una questione di affinità di carattere… o forse di DNA. Oltre allo struggente vuoto lasciato dalla perdita di mio figlio Matteo e al tenero ricordo di entrambi i miei genitori, porto sempre con me l’immagine di mio nonno materno, Luigi Talamoni.
Che cosa non è questo libro?
Non è una storia della famiglia. Direi piuttosto che è un racconto, in cui ha trovato più spazio la mia immaginazione (Nota 1) che non le ricerche d’archivio. In qualche punto mi sono persino concesso di lasciare che la fantasia modificasse la “verità storica” (Nota 2) , ma, dato che con me stesso sono indulgente, mi assolvo! Tutti i membri della famiglia Talamoni, oggi come in passato, sono orgogliosi di essere parenti del Beato Luigi, ma allo stesso tempo non possono che sentirsi messi in ombra da lui. Sulla vita e le opere del Beato Don Luigi Talamoni sono già stati versati fiumi d’inchiostro; qui troverete soltanto il mio immaginario racconto dei suoi rapporti con i familiari. Per approfondire la sua vita ufficiale, rimando all’ampia agiografia esistente.
Che cosa voglio ottenere con queste righe?
Assolutamente niente! È solo il piacere di raccontare e soprattutto di “riportare un po’ in vita” chi mi ha preceduto e quel paesone che è stato e, forse sempre sarà, Monza.
In fondo, lo devo a nonno Luigi, a cui, bambino, ho voluto bene e con cui, sono sicuro, se fosse vissuto più a lungo avrei instaurato una, sia pur anagraficamente sbilanciata, amicizia.
Di lui ricordo vivamente la voglia di progettare, di architettare e di provare sempre qualcosa di nuovo nei campi più disparati; anche se, spesso, con conoscenze tecniche che non bastavano a ottenere risultati davvero professionali.
In questo mi ritrovo pienamente… anche se ho cercato di mettere ordine in questa mia tendenza a “fare e disfare” — la ben nota “Sindrome del Fare” (Nota 3) - diventando ingegnere e progettista. Ma non è bastato! Sarà l’influenza di nonno Luigi, ma ci ricasco sempre.
Un buon esempio? Questi maldestri appunti sulla famiglia Talamoni e, in definitiva, su me stesso e la città, che cercano di descrivere il sentiero che porta dagli antenati a nonno Luigi ed infine a me.
A chi sono indirizzati questi appunti?
A tutti e a nessuno in particolare.
Ringraziamenti:
Un grande grazie a mia moglie Giuliana, che ha supportato e sopportato un marito già normalmente con la testa tra le nuvole e che ora si è perso anche tra le vite dei suoi avi.
Ringrazio la mia bis-bis cugina Rosella Talamoni e mio fratello Luigi per la collaborazione e lo humor con cui hanno partecipato attivamente alla stesura di queste note.
Un ringraziamento “controcorrente”: Devo davvero ringraziare l’esistenza di ChatGPT, che ha enormemente aiutato, un neofita come me, nella redazione di questi appunti.
Nota 1 - A onore del vero, debbo dire che la mia immaginazione è intervenuta principalmente per collocare temporalmente le vicende e per cucire tra loro gli improbabili episodi di cui è farcita questa storia, per altro spesso tragicomica. Su di essi non vi è stato bisogno di lavorare molto di fantasia e sono riportati così come la tradizione orale familiare ce li ha consegnati.
È stato un lavoro di reinterpretazione, certo, ma sempre rispettoso dello spirito con cui queste vicende venivano narrate in famiglia e delle persone che ne furono i protagonisti.
Nota 2 - Ne è un esempio la figura di Maria Angelica Sala (la mamagranda) di cui parlo nei primi capitoli.
Maria Sala in realtà era operaia e, precisamente, orditrice. Era, cioè, lavoratrice in una tessitura e non nella bottega di Giuseppe Talamoni come ho liberamente fantasticato in queste righe.
Nota 3 - Maistrac de Fare (1885-1962): insigne studioso francese noto soprattutto per i suoi studi sulla sindrome che da lui prende il nome.