Antonio (1835 – 1839)
Giuseppe, dopo aver accompagnato entrambi i genitori al cimitero ed aver constatato che, miracolosamente, l’epidemia di colera l’aveva risparmiato, per alcuni giorni non aveva avuto il coraggio di rientrare nella casa, in contrada dei Mulini a Monza, che era stata della sua famiglia.
Lì, tra quelle pareti spesse e quelle finestre strette, lui e le sue sorelle avevano trascorso i felici anni dell’infanzia. Le risate echeggiavano ancora nella sua memoria, come un’eco lontana che sbiadiva ogni volta che tentava di afferrarla. Poi le sorelle si erano sposate, una dopo l’altra, portando con sé la loro vivacità e lasciando la casa più silenziosa. Era rimasto solo con il padre e la madre, immerso in una routine tranquilla e ripetitiva, che all’epoca gli era sembrata eterna. E invece no. Il colera era arrivato all’improvviso e tutto, nel giro di poche settimane, era crollato.
Quando finalmente si decise a varcare quella soglia, il cuore gli batteva forte nel petto. Aprendo con la, inutilmente grossa, chiave un’anta della porticina d’ingresso ricoperta da innumerevoli mani e mani di vernice verde, si rese conto di trattenere il respiro. Gli sembrò di entrare in un luogo in cui non era mai stato: un posto che non riconosceva più. Nonostante l’odore familiare di legno stagionato e di umido persistesse nell’aria, tutto appariva diverso.
La porticina, che si chiudeva dall’interno con un massiccio palo di legno posto orizzontalmente tra le due ante, si apriva su un ampio locale che pareva aver perso la sua anima. La moderna cucina economica faceva inutilmente bella mostra di sé, relegando il vecchio camino – che un tempo era stato il cuore pulsante della casa – in un malinconico secondo piano. Giuseppe si avvicinò al camino, sfiorando con le dita il bordo annerito dalla fuliggine, ma la sensazione di calore che ricordava era ormai un ricordo lontano.
Al centro del locale, il tavolone, che nel passato aveva visto gioiose riunioni famigliari, ora sembrava un’isola deserta. Attorno ad esso, un numero sproporzionato di sedie rimaste vuote contribuiva a rendere l’atmosfera inquietante. L’ombra delle sedie si allungava sul pavimento, disegnando forme irregolari che a Giuseppe sembravano quasi minacciose.
In fondo alla stanza, una porta interna conduceva a una camera da letto, e da lì si apriva una sequenza di altri locali, disposti in fila come lenti, diseguali, di un cannocchiale.
Giuseppe guardò nella penombra, ma non fece un passo oltre. L’idea di camminare in quegli ambienti vuoti, dove ogni stanza portava il peso di un ricordo, gli era insopportabile.
Un nodo gli serrò la gola. Si voltò di scatto, richiudendo con forza la porticina alle sue spalle, come se potesse lasciare fuori dalla mente tutto ciò che aveva visto. Senza pensarci troppo, si diresse alla vicinissima bottega di Antonio, dove lavorava da qualche anno: lì poteva rifugiarsi nel lavoro. Poteva, almeno per qualche ora, staccarsi dalla realtà e dimenticare il vuoto che lo attendeva in quella che una volta aveva chiamato "casa".
Più che una bottega di cappellaio, si trattava di un antro: surriscaldato d’estate, gelido d’inverno, con poca luce filtrante dall’esterno e il vapore che rendeva difficile persino vedere.
In una nicchia una piccola statua di San Giacomo sorvegliava paziente ed annoiata il lavoro, che era massacrante……