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Giuseppe e Maria (1845) 

Il matrimonio si celebrò con semplicità, ma grande allegria. La festa si svolse in una trattoria in riva al Lambro, dove amici e parenti si riunirono attorno a una lunga tavolata per brindare agli sposi. La giornata culminò con un corteo festoso che, secondo l’usanza del tempo, accompagnò Maria alla casa di Giuseppe.

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Finalmente soli, gli sposi si ritrovarono nella camera da letto preparata con cura: le belle lenzuola di lino del corredo di Maria adornavano il letto, mentre il profumo di lavanda si diffondeva nell’aria.

Ma Giuseppe, impacciato e timido, si ritrovò come paralizzato, incapace di muoversi o parlare: se ne stava lì impalato come un “merluz” (Nota 1) (come Maria , negli anni a venire, ebbe a ricordargli spesso!).

Maria, con il suo carattere diretto e pragmatico, non perse tempo:

“Ma insuma, Pepin, te me voret minga aduperà?” (Insomma, Peppino, non mi vuoi adoperare?) (Nota 2).

 

Quella frase, che Giuseppe avrebbe ricordato con un misto di imbarazzo e affetto per tutta la vita, segnò l’inizio del loro matrimonio, dove Maria, come al solito, era pronta a prendere l’iniziativa.

 

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 [1] In Brianza il merluzzo era conosciuto solamente sotto forma di baccalà ed era il solo tipo di pesce che veniva consumato regolarmente. Ovviamente facevano eccezione i paesi che si affacciavano sui laghetti briantei e sul lago di Como.

 

[2] Il fatto che una donna chiedesse al suo uomo di adoperarla oggi ci appare del tutto surreale, ma i rapporti tra i sessi, complice Santa Madre Chiesa, allora erano, almeno nella forma, assolutamente asimmetrici; nella sostanza però chi comandava in casa era la donna più anziana della famiglia: la regiura o resgiura.

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