La melia (1852)
Qualche tempo dopo, in un tardo pomeriggio, Maria fu attratta da un'insolita vocina proveniente dal locale accanto. Era il piccolo Luigi (il futuro Don Luigi), che, con fare buffamente solenne, stava declamando qualcosa, stranamente in italiano, con un tono che voleva imitare quello di un oratore consumato. Incuriosita, Maria si avvicinò e sbirciò oltre la porta.
La scena che si presentò ai suoi occhi la fece quasi scoppiare a ridere: Luigi aveva sistemato due sedie appoggiate al muro con lo schienale rivolto verso il centro della stanza, creando una sorta di piccolo balcone. Era evidente che per lui quella “ringhiera” improvvisata rappresentasse un pulpito. In piedi sulle sedie, il bambino gesticolava con enfasi, arringando un’assemblea immaginaria.
“Luis, sa te fè? (Luigi, che cosa fai?) ” chiese Maria, cercando di mantenere un tono serio.
“Mama, sun adrè a fà l’omelia. (Mamma, sto facendo l’omelia.)” rispose lui, senza scomporsi.
“Te sé adrè a fà cusè? La melìa? (Che cosa stai facendo? La melia?)”
“Dem, mama: l’omelia, minga la melìa! Cum a dì la prèdica! (Dai, mamma: l’omelia, non la melia! Come a dire la predica!)” spiegò Luigi, con l’aria di chi si sente in dovere di correggere un adulto.
Maria, per non scoppiare a ridere, finse di adirarsi. “Càscia subit i cadrec sóta al tàvul! Mòves, te la do mì la melìa! (Rimetti subito le sedie sotto al tavolo! Muoviti, te la do io la melia!) ”
Luigi, con una smorfia delusa, obbedì, ma non prima di averle lanciato un’occhiataccia contrariata, come a dire che quel gesto interrompeva qualcosa di molto importante. Maria lo osservò mentre sistemava le sedie con un’aria imbronciata, ma dentro di sé non riusciva a trattenere un pensiero un po’ preoccupante:
“Oh Madona, Signur, sto chi el me va prèt. (Oh Madonna, Signore, questo qui mi va prete.)”